martedì 6 dicembre 2011

Il principe prigionierio - Capitolo 222




Il cielo è così vicino, non  è mai stato così bello, lo sai ?
E’ così pieno di ..stelle..
Io ora sono qui. In piedi, in un prato immenso. Tra i frutteti, tra le montagne.
Se chiudo  i miei occhi, e ascolto con il cuore, sento l’universo.
Per un breve, impercettibile e inesorabile istante, io sono uno. Con tutto. E tutto è in me.
Per un breve, impercettibile  e  imprescindibile istante  la terra respira.
Sono io quella terra pulsante
Io sono il vento. Io sono le stelle. Io sono la luce.
E poi.. di nuovo me…
Io. Tu. Un possibile noi. Si. Perché io sono innamorato di te.
Senza mai averti veramente parlato, senza mai averti sfiorato, senza mai averti intensamente guardato al punto di perdermi nell’immensità dei tuoi occhi.
Io, che scorrevo libero nel letto dell’Isonzo, che danzavo con le fate, io che ero qui, ora prima e altroquando.
Io, ti Amo.
Ma cosa significa amare?
Piango sempre, quando me lo chiedo.
Perché conosco la risposta. E quando vibra dentro di me, ancora una volta, per un inesorabile, imprescindibile , impensabile istante, io…
Sento la Luce.
Io sono la Luce.
Noi siamo la Luce.
Posso vivere senza attaccamenti? Posso essere felice senza nulla?
Posso possedere tutto, ogni singolo meraviglioso oggetto di questa terra, creato e non creato dall’uomo ed essere felice?
Posso essere felice con tutto questo, senza sapere chi sono? Senza sapere da dove vengo, e dove andrò?
Dove sta?
Leylan, regina delle fate, che calchi la terra e le interdimensioni  da infinite albe e tramonti, rivela al principe il tuo segreto.
                             ……..                   ……                                   ……..
E tu?
L’amore è qualcosa che va oltre noi. E’ movimento. Magia. E’ stabilirsi dentro l’amore divino.
Non sei tu. Non sono io. Non noi.
Qualunque cosa farai. Con chiunque tu andrai, e crederai di amare.
Puoi non vedere. Posso non sentire.
Possiamo ignorarci. Ora. Per un attimo. Un istante. Un mese. Una vita.
E poi torneremo.
Ancora. E ancora. Poi ancora.
Conta: uno, due, mille, qui, sempre, per sempre, infinito.
Può forse separarsi  la Luce dalle sue creature?
Noi siamo uno.
Tempo e spazio.
Illusioni di neve di fuoco che cosparge il mare dell’eterno silenzio.

………..
Sono qui per amarti.
Per proteggerti.
Perché tu sia felice.
E’ questo che fanno gli angeli. Lo sai vero?
…..
Vuoi essere felice.
Lo so….
Convulsamente corri, con vigore ostacoli il flusso della luce, percorrendone freneticamente il suo senso. Il senso contrario.
..tempus fugit….
Ebbene.
Ecco la risposta di cui domandi.
Apri il tuo cuore.
Lascia che pervada ogni singolo atomo del tuo corpo, che illumini l'anima.
Lascia che ci sia solo la Luce.
Non voltarle le spalle.
Non questa volta.
Chiudi i  tuoi occhi.
E’ li dentro.
Si.
Lì.
Nella luce.
La tua risposta.
Non ignorarla.
Corri da me adesso.
Non lasciare che passi un’altra vita.
Corri da me Amore mio.
Due.
Uno.
eTernamente.

Raffaele Ranieri -tutti i diritti riservati-

lunedì 21 novembre 2011

-Il principe prigioniero -Capitolo 281 - La neve rossa



E’ neve quella che cade.
Ho un cuore che pulsa… sangue.
La notte è gelida.
Cosmico movimento di creature di un inverno senza inizio.
Perché avere un nome proprio?
Lacrime. Posso piangere.
Il vento del nord mi accarezza. Io.. sento freddo.
                                                   Il mio corpo.                       L’anima.
Sono imprigionato in un sogno.

Dove sono?
Gli esseri viventi abitano orribili edifici, corrono in contenitori di metallo che avvelenano l’elemento fonte di vita sensibile.
Dove sono?
Gli uomini comunicano attraverso piccole finestre luminose.
I loro corpi, le loro menti, il loro cuore, le loro emozioni, sono imprigionati lì dentro.
Qui, gli animali non mi parlano.
Dove sono le fate?
Amiche care, che più volte avete avvolto di luce il mio spirito, dove vi nascondete?

Sono un principe senza nome. Ora intrappolato in un sogno.
La neve cade. Ha il ritmo dell’eternità, il sapore di una nuvola, la consistenza del vuoto.
Non si ferma. Fiocco dopo fiocco. Incessantemente.
E tu?
A te mi rivolgo.
Si, a te, che ora mi leggi.
Pensi.. sia un artefatto? Pensi io sia un’invenzione di qualcuno?
Di chi ha impresso queste parole nel nulla?
Io non sono forse… REALE????
Eppure noi, ora, stiamo conversando. Io sono un principe. Un principe prigioniero.
Io ti giuro, su quanto di più caro esista per me, che sono reale, almeno quanto lo sei tu.
Oppure, dimmi, TU, dall’alto del tuo mondo di incrollabili certezze e indicibili atrocità:
COSA E’ DAVVERO
?Reale?
Io sono il principe che libererà tutti voi. Io vi toglierò dalla vostre scatole di metallo, vi salverò da quelle finestrelle luminose in cui siete rimasti imprigionati, nell’illusione perduta di poter essere ancora spirito.
Vi restituirò il cielo stellato, il profumo dell’erba, vi insegnerò nuovamente a parlare con gli animali. Le fate si mostreranno ancora una volta, i folletti vi doneranno i loro liquori più dolci, per rendervi ebbri di vita e partecipi di Gaia, come era un tempo, un tempo perduto. Un tempo che non c’era.
Adesso guardami.
Sono dentro di te.
Non qui.
Non in questa finestrella luminosa.
Sono nella tua anima.
Chiudi gli occhi.
Salvami.
CREDI in ME
solo per un istante.
Un breve, infinito, istante.
Non nel tempo.
Non nello spazio.
credi in me.

Il cielo e la terra saranno di nuovo uno.

-Raffaele Ranieri- tutti i diritti riservati-

sabato 5 novembre 2011

Io so cos'è l'amore - Capitolo 7 - Alexander e Chiara (quando erano felici)


“Una volta Chiara ed io, eravamo felici.
Ci amavamo?
Era Amore?
Amore per me è solo una parola. Una parola che sta nella nostra mente. A cui abbiamo associato Cenerentola, Biancaneve e tutti i film smielati di Hollywood. L’amore pensato, intellettualizzato.
Io non so cos’è l’amore. Mi dispiace.
So però che la vita diviene dirompente nell’attimo, in quel periodo di tempo a tal punto impercettibile che pare annullarsi.
Quando questo succede, noi siamo infiniti. Senza fine. Senza tempo. Senza spazio.
Siamo qui, lì, ovunque, adesso, ora, tanto tempo fa, per sempre.
Ricordo degli attimi.
Una stanza meravigliosa. Un luogo di principesse e principi. Un letto a baldacchino, la luce delicatamente prorompeva nello spazio da una finestra, che generosamente concedeva di ammirare un castello di un tempo che non cessa di essere presente.
Poi ricordo Chiara. I suoi meravigliosi occhi di cielo, il suo sorriso che schiudeva il mio cuore, la sua pelle come seta, il tepore del suo corpo.
Noi eravamo lì. Immemori di ogni cosa, se non di noi stessi.
Non credo che mi sia capitato spesso, nella mia vita, di non voler essere se non dov’ero, così presente a me stesso.
Abbiamo dormito avvolti in un abbraccio indissolubile. La sua testa sul mio petto.
Il suo respiro regolare e delicato, i battiti del suo cuore cantavano per noi una dolce ninna-nanna.
Non ricordo più nulla. Perché noi siamo diventati uno, e poi qualcosa più di Uno, qualcosa che io non posso più raccontare, ma che ho potuto solo vivere, oltre l’esistenza.
Io non so cos’è l’amore. Ma so solo che vorrei essere ancora lì. Per sempre.
Lei poi ha aperto i suoi occhi ed io ho visto la mia anima riflessa.
Ho capito che non siamo creature senza un Dio, nonostante tutte le atrocità che nel mondo mi sconvolgono.
Abbiamo fatto l’amore. Teneramente, immensamente.
Eravamo luce pura, confluiti l’una nell’altro abbiamo viaggiato tra le meraviglie di questa terra, respirando il miracolo della nascita, tingendoci dei colori dell’alba boreale, ascoltando la melodia del silenzio tra le montagne dell’Himalaya e abbandonaci alle tenere carezze delle creature dell’Oceano.
Io non so cos’è l’amore. Non so spiegarlo come un filosofo, ne declamarlo come un poeta.
Io ricordo solo degli attimi. Impressi sul pentagramma della mia anima sono le note della sinfonia della felicità.
E’ una sinfonia che si suona in due. Ma non a tutti è concesso suonare.
Vorrei suonare ancora. Vorrei ascoltare ancora.
Io non so cos’è l’amore.
Ma, per un attimo, ho provato a essere eterno".

Raffaele Ranieri – tutti i diritti riservati-

venerdì 28 ottobre 2011

Io so cos'è l'amore - Capitolo 6 - Alexander





“E poi un giorno ho capito che anch’io potevo amare davvero, perché l'amore era così dentro il mio cuore da non esistere più nella mia mente, l'amore non esisteva più, perché io stesso ero Amore”.


Alexander penetra nelle profondità di queste parole. Scruta la copertina del libro che legge, una scritta “Il principe prigioniero”, e un’immagine, di un principe, un viaggiatore, con occhi di fuoco e lo sguardo segnato da un profondo senso di solitudine, una solitudine volontaria.

“L’amore esiste? No, non nella mia vita. Non per una donna.

Ho sognato di essere una stella. E di brillare sempre su di te, nei secoli dei secoli, dovunque tu andrai, con chiunque tu sarai, qualunque cosa tu farai. Io ti avrei amato. Per sempre.

Perché “per sempre” esiste, vero? No. Non per me.

Avrei voluto essere un albero. Come gli alberi ti avrei dato riparo dalla pioggia, ristoro dalla calura del sole, nutrito con i miei frutti, dato colore alla tua stanza con i miei fiori, asciugato le tue lacrime nei momenti di sconforto che la vita dona a tutti, lasciando un senso di pace nel tuo cuore ogni qualvolta mi avresti abbracciato.

Ti ho visto con un altro. E ho pensato che forse eri felice.
Il mio cuore non era d’accordo. E ho pensato che non potremo mai esserlo, felici intendo, lontani l’una dall’altro.

Ma tu corri Chiara, e non ti fermi mai. Nemmeno per ascoltare il tuo cuore.

Hai preferito pensare che noi non ci amassimo. Hai forse pensato che l’amore deve essere come quello che Walt Disney ci ha raccontato in Cenerentola, o in Biancaneve.

Ma lo zio Walt, di proposito, non ci ha concesso di vedere Cenerentola che si lamenta perché il principe è disordinato, o il principe che protesta perché Cenerentola quando lui torna a casa dal lavoro (si anche i principi lavorano, se non altro per non annoiarsi) lei è sempre vestita da zitella.

Cos’è l’amore Chiara? Io non lo so. Non lo so più. 

So solo che mi ricordo le tue faccine buffe, i tuoi scherzi, le tue tenerezze, non posso dimenticare tutte le cose che solo io potevo vedere, quello da cui tutto il mondo stava fuori. Loro potevano contemplare i tuoi meravigliosi occhi, il tuo sorriso, capace di addolcire persino il più duro dei cuori, o rimanere ammaliati innanzi alla geometria perfetta delle tue forme.  Non possono però vedere dentro il tuo cuore, e sbirciare, come un bambino pieno di curiosità ed entusiasmo in quella piccola stanzetta, dove tu eri imprescindibilmente te stessa.

Ma tu hai avuto paura, e hai deciso di chiudere quella stanza, e di dimenticarti dove hai  messo la chiave che la apre.

E ora mi manchi Chiara. Vorrei non piangere. Le mie lacrime sono così amare, sai?
Perché?

Io non so cos’è bene l’amore. Non ne so parlare.

Ma nel mio cuore sento che, senza amore, l’universo intero smetterebbe di muoversi”.

- Raffaele Ranieri – tutti i diritti riservati

domenica 23 ottobre 2011

Io so cos'è l'amore - Capitolo 5 - Il pianto di Chiara



Chiara scappa. Corre. Il cuore implode dentro di lei.
Chiara non pensa. Chiara non ama. Chiara vuole sparire.

Corre. Come se volasse.
No. Chiara precipita, nell'inganno, nei falsi sentimenti.
Chiara viene inghiottita dalle sue paure.

E poi non pensa più a Jacques. Nè a Giada. Lì insieme.
Attori inconsapevoli o consapevoli della loro più grande interpretazione: il loro matrimonio, sul palcoscenico della vita, innanzi a una graziosa chiesetta bagnata dal Naviglio, innanzi alla loro più beneamata spettatrice: Chiara.
Felicemente ingannano loro stessi.
Consacrando la loro unione innanzi a un Dio che non conoscono e dimenticano.

Jacques e Giada. Polarità arcane di mondi opposti, la donna e l'uomo, yin e yang.
Fuga estemporanea da un mondo di sofferenza.

Giada. Intelletto e ragione. Equilibrio e serenità, come l'acqua statica di un lago.
Jacques. Emozioni e cuore. Senza alcun controllo, nè logica alcuna. Come un torrente che impetuoso discende la montagna, senza fermarsi, incurante di ogni cosa, se non il suo scorrere incessante.

Jaques. Sogno di cristallo infranto in una tiepida mattina d'autunno.

"Perchè? Perchè sono così fragile? Ho distrutto tutto. Ogni singola cosa. Sono fuggita dall'amore. Quello che avevo dentro di me. L'ho imprigionato nella più profonda delle segrete. Senza pietà. Ho avuto paura. Ho corso. Ho inseguito le chimere di questo mondo. Un mondo che non è più per noi.
Un mondo che non è più per gli uomini. Un mondo che non vuole più arrendersi all'amore. Su cui l'odio tenta di dilagare. E lo vediamo. In ogni istante. Persino la nostra terra si ribella a noi, tremando con vigore, innalzando sino a confondersi col cielo le onde del mare.
Jacques. Come sono stupida. Come siamo stupidi. Ho creduto di amarti in un istante. Ho creduto che le nostre anime si sarebbero fuse in una. Ti ho donato me stessa. Il mio corpo. Ma non il mio cuore. Anche se ho creduto di farlo.
Vedi, Jacques, io non so più dov'è il mio cuore. Perchè continuo a volerlo non vedere.
Eppure lui continua a battere, palpitare e pulsare musicalmente. Lì, quì davanti a me, urlando: -Chiara!! Svegliati, sono qui, solo qui troverai il significato più profondo dell'amore! Perchè scappi? Dove vuoi andare?-
Non lo so, Cuor mio. Non lo so. Io... non so  più chi sono... Chiara? Sono un nome? O sono il mio corpo? O questa testa che pensa?
Non voglio più pensare. Non voglio più nessun uomo. Non voglio più.. amare?
Cos'è la vita senza l'amore?"

Chiara lascia automaticamente che la sua mano esplori la tasca dei suoi jeans, ne estrae un foglietto, consunto. Sulla carta impresse le parole di colui a cui, in un passato che sembra così lontano, con Cuore aperto, chiese un figlio.

Chiara ancora una volta le legge, lascia che esse la rapiscano, per portarla in un mondo di luce, ancora una volta, per un fugace istante, senza tempo e senza spazio:


coglierti come una rosa
essere la fonte che ti disseta

inebriarmi della tua anima
avvolgerti in un abbraccio di infinito amore


amami senza tempo e senza spazio
ti condurrò oltre la soglia dell'eternità



Chiara. E le sue lacrime.
Le sente scorrere. Perle incolore, senza consistenza, discendono lungo la nostra esistenza, affinchè non ne dimentichiamo il suo sapore talvolta amaro.
Chiara ora non vuole più pensare. Non ora. Chiara non vuole ascoltare il suo Cuore.
Chiara adesso vuole solo piangere.

Raffaele Ranieri - tutti i diritti riservati

giovedì 6 ottobre 2011

Io so cos'è l'amore - Capitolo 4 - Susanna


Susanna scruta i due coniugi nell’atto del baciarsi.
Dietro di loro una Chiesa. Nella casa di Dio, innanzi al Signore si sono giurati amore eterno, e hanno assunto reciprocamente degli impegni.
Si sono promessi fedeltà, “per sempre”, perché “per sempre”, naturalmente esiste.

Susanna pensa per un attimo che, in fin dei conti, non hanno infranto nessuna promessa.
Loro infatti, infedeli, lo sono stati prima. Ora continueranno a esserlo?

La sua mente e il suo sguardo ritornano sul loro bacio che pare non finire.
Ricorda poi una frase che ha letto in passato: “Nessuno concede un bacio a nessuno. Esso è un portale verso l’infinito che si genera, agli occhi degli amanti, irrazionalmente. Esso rinsalda un legame tra due anime che sono già state e comunica ciò che il nostro io cosciente non e’ in grado di cogliere. Al di fuori di questo il bacio è un mero sovrapporre le labbra, quand’anche possa generare eros”.

Cosa rappresenta quel bacio di due sposi e che scuote le sue emozioni?

Per un attimo è indotta a pensare che sua sorella e Jacques stiano sovrapponendo le labbra e che in quell’istante, forse, abbiano percepito di non amarsi.

Che senso ha il matrimonio? Quale il senso di un ostentato e metaforico proclama di amore eterno e universale?
L’amore esiste?

Susanna non lo sa. Non più. E’ confusa. Credeva di aver compreso. Nei suoi lapidari giudizi si radicava la convinzione di cogliere il senso del bene e del male, di giusto e di sbagliato.

Adesso, di fronte al coronamento della follia e dell’assurdità del comportamento umano, Susanna osserva le sue mani, poi fruga convulsamente nella sua borsetta.
I suoi giudizi sono scomparsi, le sue certezze evaporate, Susanna ha trovato solo domande.

Eppure è tutto così spaventosamente chiaro. Tutto così meravigliosamente kafkiano.
Si, ecco, è la protagonista di questo inedito racconto kafkiano, la cui trama si snoda convulsamente tra le vie di una metropoli italiana, fino ad esplodere e giungere al suo apogeo di assurdità sul palco di una piccola Chiesa bagnata da un naviglio.

Susanna non può non domandarsi in cosa consista la suddetta prerogativa, ossia la “kafkianità” della situazione, che la vede indiscussa regina. Non certo nel duplice tradimento dei novelli sposi. Non sarebbe poi così inconsueto.

Di certo più singolare che la coppia appena consacrata nel nome del Signore del cielo e della terra, abbia avuto la medesima amante. E che quella medesima amante ora sia lì che li osserva da un ponticello, con gli occhi rigonfi di lacrime.

Per chi starà piangendo si domanda Susanna? Per Jacques? Per sua sorella? Per entrambi?
No. Forse lei non piange per nessuno di loro. Chiara piange per se stessa.

E forse dovrebbe piangere anche lei, testimone eccezionale e involontaria di due tradimenti di due futuri sposi, ladra inconsapevole di attimi d’intimità rubata, di baci appassionati concessi da Jacques e da Giada alla medesima, bellissima donna.
Susanna ha capito di non essere né giudice né giurato. Dalla borsa estrae una copia de “Il principe prigioniero”.
E mentre tutti gioiscono lei è lì, in un angolo, non percepita, quasi invisibile e oscurata dal suo desiderio di solitudine.

Apre il libro, mentre la prima lacrima si abbandona alla legge di gravità.
Le pagine corrono casualmente, impazienti di portare un qualunque messaggio a questa creatura che soffre: E se adesso ti toccassi, sfiorassi delicatamente il tuo viso? Se mi manifestassi a te? Cosa penseresti? FOLLIA? Allucinazioni? Suggestione? Via dimmi, cosa è…..
REALE
Principe amore mio,
non temere questa magia
questo sogno è solo alchimia.

Principe amore mio,
risveglia il tuo cuore,
che questa tragedia riveli il tuo amore.
Ma dove mi trovo dunque? E tu? Tu che mi scruti incredulo dal tuo mondo di immutabili certezze e indicibili atrocità, chi sei?”.

“E’ così. Chi sono io? Sono Susanna? Sono un nome? E che senso ha il mio essere qui?
Dal mio scranno ho guardato il mondo con superiorità. Ho sempre avuto un senso assoluto del bene e del male, ma il mio senso, il senso di una società che in fondo mi disgusta. Si è così.
Guardo questo film che è la mia vita, e ora siamo alla scena delle nozze di Giada e di Jacques.
Io incredula li guardo, dal mio mondo, fatto di immutabili certezze e di indicibili atrocità.
Io li disprezzo. Mi fanno schifo. Odio la loro ipocrisia, la loro debolezza.
Come hanno potuto cadere in questo abisso?
La verità è che io non li odio. Non importa quello che hanno fatto. O forse importa. Ma non sta a me decidere. Chi sono io in fondo? E cosa ho veramente capito del mondo? Degli esseri umani? E soprattutto io, ho capito cosa davvero significa amare?
Non ho risposte. Ho solo domande”.
Questo fiume impetuoso di pensieri viene interrotto, perché invero qualcuno si accorge che Susanna esiste, e la richiama ai suoi doveri di invitata sociale.

Il suo corpo inconsistente si confonde ora nella calca degli invitati che a breve banchetteranno.
Susanna siede in auto, e prima di chiudere gli occhi e assopirsi pensa: “Parlerò a tutti e due”.


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martedì 27 settembre 2011

Io so cos'è l'amore -Capitolo 3- Giada


Giada sarà una sposa domani.
E’ una creatura delicata. Silenziosa.
Giada è affascinante, intelligente, qualche volta polemica.

Giada ama con tutta la profondità del suo essere.
Ma cosa significa amare davvero?
Possedere qualcuno, come si possiede un oggetto su cui rivendicare un’esclusiva?

Giada è leggera.
Il tempo incede, lentamente e immensamente.
Il tempo farà di lei una moglie.

Amare significa appartenere? Si? Al tuo sposo? A un Dio in cui credere?
Giada ama con l’anima.
La sua mente, il suo corpo amano, ma in modo diverso.

Il suo abito da sposa è meraviglioso. La rende una principessa.
Domani Giada attraverserà un piccolo ponticello che la innalzerà verso l’infinito.
Innanzi all’altare giurerà amore eterno. Per sempre. Perché “per sempre” esiste.

Cosa significa essere fedeli? Ha a che vedere con la fede?
Dove sta la fedeltà?
Nel corpo? Nella mente? Nel cuore? Forse è integrità totale, sintesi di tali elementi?

La chiesa è piccola. Romantica.
Vicina all’acqua.
Sarà tutto così perfetto.

Giada ama Jacques. E’ certa di questo.
Non ne dubita, nemmeno per un istante.
Così come non dubita che il sole sorgerà ogni giorno, per tutta la sua esistenza.

Lei lo ama. Sente la sua anima che vibra. Eppure è successo.
Il suo corpo, la sua mente sono stati risucchiati da un vortice di passione inaspettata.
Quello che è accaduto è giusto.

Sarà un ricevimento bellissimo. Residenza di re e regine, un luogo magico, speciale.
Tutti saranno felici.
Loro saranno felici.

Jacques l’avrà mai tradita?
La mente e il corpo di colui che sarà il suo futuro sposo saranno stati rapiti dalla passione?
E lei? Il suo corpo, la sua mente, non sono appartenuti più solo a lui…

Questi pensieri ora non hanno più spazio nella mente di Giada.
Gli invitati festosamente inneggiano agli sposi.
Mano nella mano, con suo marito percorrono il piccolo tratto che li separa dall’uscita della Chiesa.

Una pioggia di riso e coriandoli li ricopre.
Due splendide colombe bianche leggiadre si librano nell’aria.
Lei chiude gli occhi. Lui la bacia, con intensità.

E poi.. tutto sembra un sogno surreale.
I suoi occhi si schiudono. E Giada osserva un volto che conosce.
Là sul ponte la creatura che ha sconvolto il suo corpo e la sua mente.

Un ponte. Una chiesa.
Tre destini che s’incrociano.
Chiara. Jacques. Giada.

Tutti e tre chiudono gli occhi nello stesso istante.
Nello stesso luogo. Ma ciascuno di essi, nel riaprirli vede un mondo differente.
E Giada scorge sul quel ponte, ancora una volta, inaspettatamente il suo universo di passione.


Raffaele Ranieri - tutti i diritti riservati-



lunedì 19 settembre 2011

Io so cos'è l'amore - Capitolo 2- Jacques






Jacques si sposa domani.
Un giorno meraviglioso. Indimenticabile.
Due anime consolidano la propria unione d’amore innanzi a Dio.
Si giurano amore eterno.

Jacques assapora la sua ultima colazione senza fede al dito.
Distrattamente sorseggia il suo cappuccino.
Poi vede lei.
Il suo sguardo percorre la linea delle sue bellissime gambe e risale fino ai suoi occhi turchesi.
Si scrutano con intensità.
Lei è visibilmente colpita.
“Caro vecchio mio, non ti resiste nessuna” pensa.

Jacques la desidera.
Chiude gli occhi. S’inebria dell’odore della sua pelle, ne assapora il suo profumo.
Immagina i loro corpi che vibrano insieme.

No. Non questa volta. Questa volta andrà diversamente.
Esce.

La sua mattinata scivola distratta.
E così il pomeriggio.
Ogni cosa è priva di senso oggi.
Jacques la vuole. Con tutto se stesso.
Al punto da dimenticarsi del mondo. E che domani sarà uno sposo.

Poi il Fato decide di aiutarlo.

Jacques la intravede nella sala riunioni. Lei parla convulsamente con Andrea.
Andrea è un suo caro amico, e il capo di lei, Chiara.

Jacques vola tra le strade di Milano, ha deciso di aspettarla innanzi al portone di casa sua.
Dieci minuti.
Venti minuti.
Mezz’ora.
Un’ora.

Lui sa che tornerà. Si abbandona a questa follia, così inesorabilmente lenta.
Tempo e spazio hanno perso ogni consistenza sensibile.

Jacques non è più Jacques.
Jacques è un principe in attesa della sua amata.
Quale dolce tormento!

Finalmente Chiara arriva.
Scende dall’auto. E’assente. Come se la sua anima fosse di e in un altro mondo.
Un mondo che Jacques conosce. Il mondo in cui Jacques ora si trova.
Il loro infinito mondo d’amore.

Chiara alza i suoi occhi.
Si guardano nuovamente, per la seconda volta in questa esistenza.
Si parlano, brevemente.

E poi danzano. Si, lì. In mezzo alla strada. In una giungla di cemento divenuta reggia.

Jacques respira Chiara. Ne è profondamente innamorato.
Jacques è nel suo sogno d’infinito amore.

Fanno l’amore. Con intensità. I suoi baci sono dolci come l’ambrosia, così inebrianti.
 I due corpi senza consistenza si muovono nello spazio e poi ogni dualità cessa.

I due amanti ora sono uno. Non c’è più Chiara, né Jacques.
C’è solo infinito amore.
Quello che lui le ha promesso.
Per sempre. Perché “per sempre esiste”.

Ma poi Jacques deve tornare.
Il principe abbandona il suo mondo di sogni e felicità.

Osserva la sua Rosaspina ancora tra le braccia di Morfeo.
E’ meravigliosa.
Jacques lascia accanto a lei un biglietto intriso del suo amore.
Col cuore colmo di dolore le dice addio.

tempus fugit….

Jacques esce trionfante dalla chiesa in cui solo pochi istanti prima ha giurato a Giada di amarla e rispettarla, finché morte non li separi.
I due sposi sono accolti da grida festose e dal consueto e immancabile lancio di riso.

Jacques è ora un marito. Jacques è un uomo che ha sognato di essere se stesso, in una lunga e interminabile notte di amore vero.

Jacques bacia Giada. Gli occhi di sua moglie sono ricolmi di amore e dedizione.
Jacques poi si sente scosso. Una sensazione inconsueta, ma non nuova.
Il suo corpo vibra. Pare senza consistenza.

E Jacques allora capisce. Per quanto folle e impossibile lascia che il suo cuore lo guidi nello spazio etereo.

I suoi occhi lanciano un impulso che corre impetuosamente verso il ponte vicino, catturano un’immagine e la imprimono nella sua mente.
Chiara.
I suoi occhi turchesi.
Ricolmi di lacrime.

Jacques abbassa lo sguardo. Poi i suoi occhi lanciano nuovamente un impulso.
Ma Chiara ora non c’è più.

Jacques ora è vuoto. Lo percepisce così chiaramente. Senza cuore. Senza anima. Senza amore.

Ma ora non ha più importanza. Perché Jacques è un uomo sposato.


Raffaele Ranieri – tutti i diritti riservati-

giovedì 15 settembre 2011

Io so cos'è l'amore - Capitolo 1 - Chiara




       Chiara ha tutto. E’ bella. Ha una laurea a pieni voti nella migliore facoltà di economia del paese. Si occupa di pubblicità con grande successo e, nonostante la sua giovane età, ha una remunerazione di livello e viaggia per le trafficate strade del centro cittadino con una decapottabile che anche i suoi amici maschi invidiano.

       Trascorre le sue serate in pienezza: quando non modella il suo corpo in palestra, o acquieta il suo spirito attraverso  complicatissime posizioni di yoga, il suo tempo scorre tra aperitivi e cene nei migliori locali, dove non mancano sfrontati corteggiatori che sognano un’esistenza, o forse una fugace notte, insieme a lei.

       Chiara è anche una ragazza molto attenta alle ultime tendenze mondane, per questa ragione frequenta un corso di degustazione del vino (sebbene astemia), e ha deciso di dedicare maggiore tempo alla lettura e all’informazione.

       Insomma, Chiara ha tutto. Quasi tutto. Le manca un fidanzato. E’ priva dell’amore.
A dire il vero, un fidanzato ce l’aveva. Bello, innamorato e intelligente. Oddio qualche difetto doveva averlo anche lui, nessuno è perfetto del resto.
Ma Chiara poi si è stufata. Si annoiava. Lo ha lasciato.

Chiara adesso è seduta al tavolino di un bar. Gusta la sua colazione, come ogni giorno. Spremuta d’arancia, cornetto, latte macchiato. Legge distrattamente un quotidiano (rammentiamo il suo impegno).

Poi Chiara si accorge di una presenza. Uno sguardo corre lungo le sue ballerine, percorre la linea perfetta delle sue gambe, risale il vestitino color panna che indossa sino ad indugiare sui suoi bellissimi occhi turchesi.

       Chiara, per la prima volta, da tempo, non distoglie lo sguardo.
Lui è bellissimo. Il suo corpo così possente e delineato, i tratti del volto regolari e virili, occhi grandi e penetranti, marroni, ma con screziature di verde, i capelli leggermente ondulati che ricadono all’altezza delle orecchie, lisci e luminosi come la migliore delle sete.

       Il suo cuore batte con violenza, sente i suoi occhi che la penetrano, nelle viscere, nella mente e nel cuore, si sente così nuda, così inerme.
Poi un improvviso calore pervade il suo corpo. Chiara desidera quell’uomo. Un uomo che non conosce. Un uomo che la osserva da pochi istanti. Abbassa lo sguardo. Chiude gli occhi. Cerca di combattere contro la natura, di dominarsi. Ma non è più necessario. Lui non c’è più.

Si sente una stupida. E se avesse perso l’uomo della sua vita? Il vero amore?
Aveva forse mai provato sensazioni così incredibili?

       E’ evidente che non aveva più senso inseguire quelle sensazioni. Lui era andato.
E poi quella sensazione di profonda solitudine. L’amore.
Senza amore la vita non ha significato.

       E Chiara sa bene cosa è l’amore. Si. Lei lo sa riconoscere.
Per questo ha lasciato il suo ultimo fidanzato. E il penultimo. E gli altri due.
Perché non era vero amore.
E’ forse colpa sua se non incontra quello giusto? Lei certo non può fingere. E’ una persona onesta.

La giornata trascorre lenta. Il mondo ha un suono ovattato. Chiara non lavora. Chiara pensa. Sogna l’uomo dagli occhi verdi. Si lascia accarezzare, sfiorare, amare.

La lezione di yoga diviene una meditazione sull’amore, l’aperitivo trascorso tra conversazioni di nuove città europee dove gustare la mondanità, barche e posti di lusso, un insostenibile tormento.

       Chiara scappa, corre con il suo bolide. Tra le vie di una città che non è sua, in un mondo che la lacera, e lei corre. Corre perché non vuole ascoltarsi.
Ma insomma Cenerentola, Biancaneve e Rosaspina non saranno solo favole? No. Lei non ci crede. Non vuole smettere di sognare…

      Chiara è ormai giunta davanti al portone di casa sua. E alza lo sguardo.

       Lui è lì. E sorride.
Jacques è un’artista. Un cavaliere ramingo. Un bellissimo principe. Viaggia e scrive.
Qualche volta lavora come copywriter per qualche agenzia. Questa volta la stessa di Chiara.
Jacques è amico del capo di Chiara.

       Ora è lì. Non parla più. Le prende la mano, con leggerezza, proprio come un principe.
Jacques delicatamente introduce degli auricolari all’interno delle piccole e regolari orecchie di Chiara.
“Deux Arabesques” di Debussy comincia a risuonare nella sua anima.
E loro danzano. Lì. In una strada di una giungla di cemento. Ora divenuta reggia.
Chiara lo ama. Con tutta se stessa. Finalmente ha trovato l’amore. Lo avverte senza incertezza.

       Jacques e Chiara fanno l’amore tutta la notte. Lui poi la avvolge in un abbraccio eterno di felicità. Le sussurra una promessa di un’esistenza insieme. Per sempre.
Proprio come nelle fiabe.
I principi esistono…

       Chiara si sveglia. La luce già alta del giorno delicatamente s’insinua tra le persiane.
Jacques non è lì. Al suo posto una rosa bianca. Un bigliettino intriso del suo profumo, inciso da una calligrafia perfetta che reca una scritta: “Grazie Amor mio”.

Chiara respira a pieni polmoni l’amore. E’ così felice. Al contempo triste. Dov’è il suo amore? Avverte già la sua mancanza. Come chiamarlo? Chiara non ha il suo numero.

Che importa. Tornerà presto. Perché questo è l’amore. E lei sa che il suo Jacques sta pensando a lei, anche in questo momento, e presto tornerà…

La colazione di oggi è speciale, ha il sapore dell’amore.

Chiara passeggia, vaga per quella città che è divenuta un regno di rara bellezza.

Si avvicina a una chiesetta. Gli sposi escono accolti da grida e canti di gioia. Chiude gli occhi. Ascolta la melodia della felicità.
La distingue perfettamente. Perché Chiara sa riconoscere l’amore. Anche lei presto leggera volerà nel cielo indossando un meraviglioso abito da sposa e scarpette di cristallo, come Cenerentola.
Sarà felice. Per sempre. Perché “per sempre” esiste…

Lo sposo bacia la sposa. E poi si volta.
Guarda verso il ponticello su cui Chiara è appoggiata.
Finalmente Chiara apre i suoi occhi.

Si osservano. Per un lungo, interminabile istante.

Lui ha bellissimi occhi grandi e penetranti, marroni. 

Se Chiara fosse più vicino adesso, potrebbe accorgersi che quegl’occhi così speciali non sono completamente marroni, ma presentano meravigliose screziature verdi.

Ma, forse, lei non ha bisogno di avvicinarsi oltre.
Perché Chiara sa perfettamente cos’è l’amore.

Raffaele Ranieri – tutti i diritti riservati-

martedì 13 settembre 2011

La marionetta magica


E’ indiscutibile. Qualunque essere umano che abbia il dono di trascendere, lo può percepire.
Praga ha qualcosa. Lo senti. E’nell’aria. Lo avverti. Una sensazione alla bocca dello stomaco.
La mente si espande, assume la forma di ogni vicolo, di ogni singola pietra che compone la molteplicità di edifici che la rendono così meravigliosamente bella.

La piazza Venceslao da quassù è ancora più magica. Ho il privilegio di assaporarla dalla suite di uno degli alberghi più vecchi della città, considerato patrimonio dell’Unesco.
E’ quasi come possedere dei poteri sovrannaturali. Vedere. Ogni cosa. Da questa invidiabile posizione. Una visione del tutto. Comprendere che tutto è uno, e uno è tutto.
E’stare tra gli dei, per qualche fugace ed irrepetibile istante.

Ben presto non ho alcuna difficoltà a rammentare che sono solo un essere umano, come voi tutti.
Felicemente, un semplice essere umano che si mescola tra la folla che affluisce nella piazza.
Ed eccomi lì in mezzo, per poi indugiare sulle principali arterie, traboccanti di negozi che offrono il meglio delle cianfrusaglie per turisti. Mi perdo. Finalmente.
Che sensazione. Insolita. Mi sono perso molte volte, e tante altre mi perderò nella mia vita.
Questa volta è diverso però. Come lo è stato altre volte, ultimamente.
Mi perdo perché esiste sempre una ragione precisa. Un po’ alla volta mi perdo.
Perché io possa ritrovarmi progressivamente, perché forse, avrei timore di comprendere ciò che davvero sono…

Il negozio è lì. Sotto una volta stretta, in un vicolo che lo è ancor di più. E lì c’è una piccola porta in legno e vetro. Quasi invisibile. Visibile a chi desidera vederla. Ma e’ sempre così no?
Vediamo solo quando lo desideriamo davvero, ardentemente, con passione e dedizione.

La porta cigola. In qualche modo deve pur avvertire il suo padrone che un viandante si è introdotto lì.
La stanza è minuscola. Uno spazio ancor più compresso perché cosparso di ogni genere di oggetto. Lampade, vecchie chiavi, scarpe, vecchie radio, orologi, gioielli di scarso valore, una vecchia fisarmonica, soldatini, bicchieri, e tutto quello che si può immaginare o non immaginare di trovare in una stanzetta così piccola.
“Roba da quattro soldi” penso, mentre finalmente mi accorgo della presenza di un signore. Alto, i capelli biondi lisci a caschetto, vestito con pantaloni di fustagno marroni, un maglione beige. E’ intento a leggere. Non solleva nemmeno lo sguardo quando lo saluto in inglese. E’ bizzarro. Non avevo nemmeno percepito la sua presenza, quasi non ci fosse stato fino ad un momento prima, quasi fosse apparso solo quando io avessi deciso che poteva farlo…
Ma che pensieri, forse è il caso che io me ne vada. Sono capitato in un posto del tutto inutile.

Ma poi eccola lì. Su una parete. E’ bellissima. E’ la marionetta di un mago. Così ben realizzata da sembrare viva. La lunga barba bianca, una tunica nera e il tipico cappello. In mano regge un libro di incantesimi, almeno pare, perché è identica del resto a quella che avevo visto in un negozio nei pressi del castello.
I nostri sguardi si incrociano, e poi, il libro. No. Non è lo stesso dell’altra. Questo libro riporta un’altra intestazione, “Liber Mutus”. Un brivido mi percorre la schiena. Ma poi immediatamente sono colto da una grande ilarità, ridendo di me stesso. E quindi? Non possono esserci due modelli diversi? E poi, considerato che è la marionetta di un mago, che siamo a Praga, una città alchemica, mi pare il minimo che sia possibile realizzare un pupo di questo tipo. Che sciocco.

Però è davvero bella. La voglio comprare.
“How does it cost?”chiedo al mio disinteressato amico. “900” risponde.
Divertente. Ha una marionetta usata, identica a quella che vendono nuova da altre parti, e la vende a 70 corone in più. “It’s expensive, i saw it in another shop, it was new, and it was cheaper”.
Il mio amico non si scompone, non solleva nemmeno la testa, sembra quasi annoiato dalla nostra conversazione: “This is different, it’s magic”.
Fantastico. Davvero straordinario. Grande venditore. “Really? Is it magic? Why is it magic?”
“Buy it. And you will see.” Incredibile davvero. Non posso crederci.
“Thank you sir, bye”.
“Good bye.”

Il giorno dopo sono tornato. Spinto da un desiderio arcano, colto da una strana brama, ho sospinto il mio corpo, ancora volta, attraverso i vicoli ombrosi già forse calcati secoli prima.
 La marionetta mi piaceva, volevo comunque acquistarla, e se fossi stato la vittima di uno sciocco trucchetto per raggirare i turisti, lo avrei accettato.
Immerso in questi pensieri non mi ero nemmeno accorto di essere arrivato a destinazione.
Il vicoletto. La volta.
Ma ora, lì dove ieri scorsi una porta di legno e vetri, ora c’era solo il muro.

© Raffaele Ranieri